La cabina telefonica
C'era una volta la cabina telefonica, e adesso non c'è più. Era uno stanzino a forma di parallelepipedo verticale con pareti di vetro, o plexiglass, piazzato a un lato della strada. Lì dentro c'era un telefono a gettoni, e con quello potevi parlare con chi volevi, quando volevi e per quanto tempo volevi, senza essere disturbato e senza rompere le scatole a nessuno con le tue chiacchiere da imbecille odisseo nato nel 2001 per raccontarci le tue stronzate nello spazio confinante con il tuo malcapitato vicino. Sorella della vasca da bagno, o meglio, del vano doccia, era un luogo chiuso e appartato, intimo quasi potremmo dire, nonostante si trovasse in mezzo ad altri luoghi liberi e ansimanti.
Oggi ognuno porta con sé la sua piccola cabina telefonica. Che tu sia per strada o al bar, li vedi aprire bocca su tutto e parlano parlano, e sull'autobus o in aereo. Ah, l'aereo, piccolo mezzo di tortura! Quanto soffrono per doversi staccare dal loro smartphone per poco meno di un'ora per un volo diciamo così da Milano a Napoli o a Roma. In quel poco tratto di tempo li puoi vedere tremare come tossici in astinenza, o futuri genitori in ansia per la notizia finale di ogni gestazione. Poi si atterra. Un voce annuncia. Potete adesso accendere i vostri dispositivi. E una sinfonia di bip si diffonde nell'aria. L'orchestra accorda gli strumenti. Fregandosene poi di sembrare degli imbecilli agli occhi e orecchi di chi è costretto a sentire le cazzate che dicono dandosi aria di fini dicitori in quel piccolo apparecchio a specchio che tengono in mano delle volte come un vassoio o come se stessero per mordere un pezzo di pizza. Ma peggio di tutti sono quelli con gli auricolari. Non servono più le mani, basta aprire e chiudere la bocca, girando qualche volta la testa come per guardare intorno il paesaggio remoto per non sembrare davvero dei pupazzi immobili, ma il loro sguardo è rivolto altrove. Non vedono niente. Sono isolati. Sono chiusi in una cabina telefonica.
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