La metamorfosi inversa


Non c'è scampo. Le strade si biforcano invisibili come i rami di un
unico grande albero - biforcuti flussi s'intrecciano in un mondo di
affinità possibili, come i capelli a doppie punte per essere troppo
cresciuti e lingue mal tradotte per lo stesso motivo, e poi ciglia
che non ti carezzano più e braccia e cosce abbandonate da tutti gli
esodi che si sono succeduti. Ma la radice è una sola.


Sembrava volesse piovere senza tregua straripando fiumi e corpi che
invano in passato erano in cerca di salvezza e intanto la pioggia
copriva la nuda terra come il lenzuolo di un illusionista che la
rivelava invece come la forma di vita di un fantasma. Perché non
era che questo, un fantasma la vita. La pioggia a poco a poco cessò
di cadere, come la notte, come le ginocchia a toccare terra, le
braccia, le palle, la testa, l'alba e il suo tormento il crepuscolo
s'alza, oscuramente, senza guardare niente né essere visto, s'alza
dal letto e se ne va senza lasciare nemmeno un biglietto.


Ma forse non è vero. E non c'è campo, dico, o dicevo, quando è
tempo di morire, ma a morire c'è sempre tempo.
Quel che potevamo fare era non permettere a quella valigia di
prendere quel treno, a quella valigia che intanto era diventata un
trolley, un modo come un altro per andare più veloce, in modo da
non perdere quel treno, ma non c'è scampo, mi sento ripetere, non
c'è modo di far evitare a quel trolley di trasfomarsi e diventare
una bocca che si schiude su un lato della stazione dove un
passeggero qualunque, ma uno di quelli sempre in ritardo, ha fatto
in tempo a salire sul treno, non prima però di aver raccolto
l'ultimo diario dalla valigia come un fiore dai campi e adagiarlo
su una panchina dove nessuno lo troverà mai.

E pensare che non so nemmeno il suo nome, c'è chi lo chiama
Destino, chi Fatalità, chi Croce o Inevitabilità, ma poi alla fine
sono tutti d'accordo nel chiamarla Morte.



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