ASCENDENZA


A volte dubito d’essere nato
d’aver incontrato quelle persone
che forse non mi hanno aggiunto
alla cerchia delle loro amicizie
ma poco importa. E' inutile parlarne
o scrivere su questi fogli collassati
come muri o le palpebre di un morto -
non più blocchi ambiziosi, ma più simili
a sampietrini, a pietre sepolcrali,
quasi piramidi chiuse a testuggine -
fanno corpo, media, gruppo, società,
sindacato, circolo per soli tesserati,
condividono sigarette e favori,
il letto e il sonno e gli stessi sogni,
e poi raccontano la vita di noi
emarginati, di noi vinti, di noi
fuggiaschi, di noi che abbiamo sempre
avuto pena di camminare come scrivere,
salire le scale, scendere, andare a capo,
intraprendere un’altra rampa, un altro
paragrafo, ma ora qualcosa laggiù,
o lassù, lo stava aspettando, un mare,
una terrazza dove non c’era nessuno,
come su una spiaggia desolata e triste,
a un certo punto, si tolse le scarpe,
i vestiti, l'odore di un senso ormai
morto, camminando sul liquido salmastro
e fragile come lastre di vetro bianche e,
trasparenti, ma non troppo, involontariamente,
un poco sporche, salì sul muretto
di quella riva, o linea di demarcazione,
si guardò un po’ intorno abbracciando
l’intero arco dell’orizzonte – sempre
gli piaceva ripetere quel verso –
ma adesso era come se sognasse
e nei sogni non esistono confini.



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